Notizie dal Festival


I giovani registi si raccontano

I REGISTI PRESENTI A VENEZIA PARLANO DELLE LORO STORIE: ANCORA UNA VOLTA LA VIOLENZA SULLE DONNE, L’AVVENTURA DI ATTORI DETENUTI  E QUELLA DI DUE PADRI, ENTRAMBI MILITARI, MA DI ESERCITI DIVERSI IN UN PROGETTO NATO ALLA FACOLTÀ DI DESIGN E ARTI DELL’UNIVERSITÀ  DI VENEZIA.

 

 

All’Auditorium santa Margherita, nell’atmosfera festosa dello Short, abbiamo incontrato alcuni dei giovani registi presenti in questi giorni al festival.

Rae, Il corto della giovane regista francese Emmanuelle Nicot, tratta con grande realismo ed efficacia il tema delicato quanto drammaticamente attuale della violenza contro le donne e lo fa scegliendo di dare voce ad una storia, quella della protagonista Rae, in cui l’elemento della violenza subita per anni dalla ragazza si unisce a quello della sua più completa solitudine e del suo isolamento dal resto del mondo. Almeno fino al momento in cui – grazie ad una segnalazione dei vicini giunta dopo anni di agghiacciante indifferenza – Rae entra in una casa di accoglienza per donne maltrattate.

Ai suoi occhi – su cui spesso la macchina da presa ritorna con primi piani di drammatica intensità – pieni di rabbia e di paura, quel mondo nuovo di donne ed affetti appare estraneo, minaccioso, quasi punitivo. Rae non si risolve a spegnere il cellulare, unico contatto rimastole con l’uomo che per anni l’aveva annullata nel corpo e nell’anima, condannandola ad una non-vita che era ormai diventata l’unica possibile. Come ricominciare a vivere? Come riaffermare il proprio diritto ad un’esistenza fatta di rispetto e dignità, come arrivare a capire che “io sono qualcuno”?

Rae, lavoro conclusivo del percorso di studi di Emmanuelle Nicot allo IAD, Institut des Arts de Diffusion, è stato girato a Bruxelles e nasce dall’esperienza diretta che la regista ha potuto fare per alcuni mesi in un centro di accoglienza per donne vittime di abusi a Liège. Una vera e propria “immersione” in un mondo ferito, ma che sa riscoprirsi ancora solidale. La regista ha cercato di osservare e cogliere il rapporto che queste donne instauravano le une con le altre, soprattutto nel momento dell’arrivo nella casa di accoglienza. Da questa prima fase documentaria, che ha orientato poi ogni scelta registica, nasce il grande realismo della narrazione filmica.

La stessa storia di Rae è solo una delle tante che Emmanuelle Nicot ha ascoltato da queste donne e deciso di raccontare a sua volta, consapevole del fatto che il cinema e l’arte in generale possano non solo costituire un efficace strumento di denuncia, ma anche aiutare le donne vittime di violenza ad uscire dalla solitudine e a ricostruire la propria identità di persone.

Il secondo cortometraggio italiano in concorso è Napoleone è pazzo di Dario Di Viesto e Federico Spiazzi, già presenti alla prima edizione dello Short Film Festival con Il proiezionista. L’opera racconta la storia dell’ex attore Antonio Sarracino – interpretato dal grande Ernesto Mahieux – detenuto al carcere di Milano. All’uomo viene offerta la possibilità di interpretare il ruolo di Napoleone in uno spettacolo teatrale che celebra un’antica villa che in passato fu anche manicomio. Il cattivo rapporto tra Antonio e il resto della compagnia, però, farà precipitare la situazione fino al tragico epilogo finale. I registi raccontano che questo loro progetto è nato nell’ambito del piano formativo del Centro Sperimentale. La Provincia di Monza e Brianza ha commissionato un documentario su Villa Crivelli, un’antica struttura che fu, prima, residenza italiana di Napoleone Bonaparte, e che poi divenne, a distanza di tempo, il più grande manicomio del Nord Italia. I registi hanno elaborato diverse ipotesi di soggetto; alla fine la storia che più li ha suggestionati è stata quella del personaggio di Antonio Sarracino come vero e proprio correlativo oggettivo della Villa. Il documentario commissionato è diventato quindi una storia di finzione ed ha trovato l’approvazione da parte della Provincia.  Il corto racconta come il passato abbia un peso enorme sulle vite di ciascuno, di come non sempre sia possibile rimarginare tutte le ferite e di come anche i luoghi si portano dentro ciò che li hanno attraversati, esattamente come le persone. Il film vede la partecipazione di Ernesto Mahieux, grande attore a cui i registi hanno subito pensato per il ruolo del protagonista e che si è impegnato nel progetto con grande entusiasmo e diponibilità.  I registi infine raccontano di essersi trovati molto bene in occasione della prima edizione del Ca’ Foscari Short Film Festival, dove avevano presentato il loro primo esperimento documentaristico, realizzato quando erano da poco iscritti al Centro Sperimentale. Ora che, invece, stanno per diplomarsi, hanno pensato di tornare nel Festival che li aveva “battezzati”, a ideale chiusura del cerchio.

L’altro corto italiano in concorso nella giornata di ieri è stato E’ troppo vicino per mettere a fuoco, di Caterina Shanta, che, intervistata, ha raccontato qualche curiosità sul suo progetto. Nel corto la regista esplora la sua vita attraverso uno sgurado sulle foto scattate  dai suoi due padri, entrambi militari, ma di eserciti diversi. La sua vita si intreccia così con alcuni eventi che hanno segnato la storia, dalla caduta del Muro di Berlino, alla seconda Guerra del Golfo, alla guerra in Afghanistan. I materiali fotografici, che provengono interamente dall’archivio di famiglia (comprese le immagini dei conflitti), si alternano a filmati d’epoca, pubblicità, video d’animazione e spezzoni di film. Il progetto nasce nell’ambito del laboratorio di video documentario del professore Marco Bertozzi e del suo assistente Marco Segato, della facoltà di Design e Arti dell’università IUAV di Venezia. Il tema assegnato era biografia e autobiografia; la scelta della regista è stata quella di fondere questi due aspetti, raccontando la propria vita. All’inizio i dubbi sono stati molti ed è stato fondamentale per lei chiedersi perché poteva essere interessante raccontare la propria vita. “Poi – racconta la regista – durante la realizzazione mi sono resa conto che usare il mio archivio fotografico privato dava origine a qualcosa che non ero io, mi trasformava in un personaggio slegato e distinto da me stessa.”  Per questo la fase di montaggio è iniziata subito, direttamente nella sua testa, ed è proseguita nella scelta delle foto da inserire e nel confronto con Valeria Marchesini, co-regista e compagna di corso, che è servita come punto di vista esterno, indispensabile per non lasciarsi travolgere da tutto il materiale privato. La scelta di presentare il progetto al Ca’ Foscari Short Film Festival è stata infine naturale: le registe, che hanno già vinto con questo corto l’edizione 2012 di DocumentaMy, festival del documentario di Varese, ritengono infatti che il festival rappresenti un ambiente protetto, ideale per la presentazione di un documentario così intimo e personale. Lo Short dà loro modo di farsi conoscere da un pubblico vasto, ma anche di metterle in contatto con altri giovani registi in modo da poter trovare nuovi stimoli.

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