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Intervista a Iain Bonner

The Comedian, Iain Bonner, Australia

 

Nella dichiarazione riguardante il suo film lei afferma che “è un film sul superamento di se stessi per raggiungere la propria autenticità”; perchè ha scelto la figura del comico per rappresentare questo concetto?

In realtà ho avuto per molto tempo l’idea di un comico che utilizza il materiale di altri comici. Penso sia il personaggio perfetto per giocare con questa idea dell’essere autentici, specialmente perché non credo ci sia nulla di più duro, di più terrificante che starsene di fronte a un pubblico armati solo di un microfono e delle proprie idee. E prendere in prestito materiale dagli altri è qualcosa che tutti facciamo di tanto in tanto, quando non siamo sicuri di noi stessi, e questo è quello che fa il protagonista. Credo che sia decisamente sulla giusta strada per raggiungere l’autenticità; innanzitutto potrebbe decidere che il cabaret davvero non fa per lui. Mi interessa sempre ascoltare cosa ne pensa il pubblico riguardo a queste cose. Ho anche voluto creare humor e disagio dalle battute malriuscite e dalle situazioni, quasi come in un’anti-commedia.

 

Qual è il ruolo e l’importanza dell’ambiente circostante (il quartiere di Docklands a Melbourne) nel suo film?

Il Docklands di Melbourne è pure strettamente connesso allo sviluppo della storia e ai suoi toni. Senza di esso non credo avremmo ottenuto lo stesso risultato. È stato costruito velocemente, principalmente dal cemento, e l’area è alquanto sconclusionata e moderna, fatta di superfici pulite e luccicanti eccetera, e anche se si trova vicinissima al centro della città, è spesso inspiegabilmente vuota. Per me ciò ha dimostrato che la gente riesce a percepire inconsapevolmente questa facciata. Ho sentito che questa ambientazione moderna e capitalista sarebbe stata perfetta per la storia di qualcuno che cerca una connessione verso se stesso e verso gli altri, perché ciò di cui manca è qualcosa assente anche nel suo ambiente.

 

Quando ha iniziato a interessarsi di cinema e quando ha deciso che voleva diventare un regista?

Non mi ero mai interessato veramente di cinema fino ai miei vent’anni. A quel punto avevo iniziato a scrivere e a provare a essere creativo. Sono molto incuriosito dalla vita e il cinema dà accesso al mondo di altre persone, ad altre culture, alle idee, apre meravigliosamente la mente. Appena iniziai a scrivere, mi resi conto che le mie storie erano sempre molto visive e spesso astratte, quindi aveva senso tentare di diventare un regista. E sebbene a volte possa essere molto difficile, e inizialmente non riuscissi a comunicare molto bene, in realtà penso che per qualche ragione sia una cosa molto naturale per me. Credo ci sia in me l’impulso a creare ed esprimere qualcosa. E i progetti di cui spesso mi interesso sono cose che non so bene quale forma prenderanno, sono esperimenti e idee, quindi in me c’è la curiosità di provarle e attendere il risultato.

 

 

Intervista di Lavinia Arrabito

Dan

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