East Asia Now: Weird & Experimental

Un programma a cura di Stefano Locati


kyonetsu_still1Una selezione di cortometraggi provenienti dall’Asia orientale che racconti il presente dei diversi paesi da prospettive bizzarre, strambe, inaspettate. Senza scadere nell’esotismo, ma mantenendo una vena di imprevedibilità che spesso sfocia nella sperimentazione. Dall’agrodolce ritratto familiare del filippino Maybe Aliens alla quotidianità morbosa di una coppia del giapponese Kyonetsu, dai contatti con gli spiriti del taiwanese Running Stitch: Bangkok agli incontri stranianti del giapponese I & Myself, fino alla riflessione sul corpo “mascherato” del sudcoreano A Grand Day Out. Uno spaccato naturalmente parziale, ma assolutamente vitale delle produzioni di cortometraggi dell’est asiatico più insolito e privo di filtri. Due registe e tre registi, tre corti di finzione, uno di animazione, un quasi-documentario, dal bianco e nero in 4:3 al formato panoramico con colori saturi – diversi punti di vista e differenti scelte estetiche per invitare a una proficua tensione alla molteplicità di sguardi.

 

Ca’ Foscari Short Film Festival per Dong Film Fest

DONG_logo_neroAll’interno del programma East Asia Now: Weird & Experimental lo Short ospita una finestra su un giovane festival di cinema cinese, nella convinzione che la cultura cinematografica si diffonda anche tramite la creazione di reti e collaborazioni tra diverse realtà.
Dong Film Fest è nato nel 2016 dalla volontà di alcuni giovani studiosi e appassionati che hanno fondato l’associazione culturale Dong, sotto la direzione artistica di Zelia Zbogar. Lo scopo dell’associazione è promuovere progetti culturali di cooperazione tra Italia e Cina con l’obiettivo di presentare cinema cinese di qualità in Italia e quello italiano in Cina.
La prima edizione del festival si è svolta nel novembre del 2016 al cinema Massimo di Torino. Sono stati presentati cinque lungometraggi di registi cinesi esordienti, la maggior parte dei quali in anteprima nazionale: What’s in the Darkness di Yichun Wang, The Night di Hao Zhou, Poet on a Business Trip di Anqi Ju, Where Are You Going di Yang Zhengfan e Life After Life di Hanyi Zhang. La seconda edizione, dopo alcuni eventi speciali a Milano, si è svolta nel novembre 2017, sempre al cinema Massimo di Torino. In questa occasione sono stati proiettati cinque lungometraggi e un cortometraggio in anteprima nazionale: gli esordi Last Laugh di Tao Zhang, Ciao Ciao di Chuan Song e la produzione cinese Dog Days di Jordan Schiele, insieme a Children Are Not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts di Guangrong Rong, The Taste of Rice Flower di Fei Peng e al cortometraggio A Gentle Night di Yang Qiu.
Dong Film Fest vuole dare visibilità a giovani registi che operano nel cinema di finzione. La proposta è unica nel suo genere, perché non esistono in Italia altre realtà che si occupano della sola produzione cinese continentale e di giovani autori emergenti. Per questo Ca’ Foscari Short Film Festival è felice di presentare questo festival, in attesa della terza edizione, per scoprire nuovi e visionari talenti!
Per maggiori informazioni: http://dongfilmfest.com/

 

PROGRAMMA DELLE OPERE PROPOSTE:

Maybe Aliens
Regia: Glenn Barit
Philippines, fiction, 7’02”
Un campo d’erba a formare contorti intarsi geometrici e due bambini che imparano ad andare in bicicletta sotto la supervisione del padre. L’incipit è apparentemente innocuo, ma dietro si nasconde una piccola-grande tragedia umana. Glenn Barit costruisce il suo ritratto famigliare amaro tramite salti temporali composti da brevi sequenze con inquadrature fisse in plongée perpendicolare sui personaggi. Una collezione di quadri in campi medi e lunghi per raccontare lo spaesamento di due bambini di fronte alle asperità della vita e alla perdita dei genitori.

Running Stitch: Bangkok
Regia: Yi-chi Lin
Taiwan, documentary, 8’00”
Nella notte di Bangkok, tre passanti raccontano del loro incontro con forze sovrannaturali. Terreno e spirituale collidono nelle architetture distorte di una città fantasmatica. Yi-chi Lin, una artista multimediale attratta da diverse forme espressive, dalla fotografia alle videoinstallazioni, compone un insolito documentario in split screen, in cui immagini e parole, suoni statici e colori, entrano in un dialogo simultaneo e straniante. Un esperimento nato da una residenza dell’artista in Tailandia nel 2016, frutto della volontà di indagare leggende metropolitane e radici popolari.

Kyonetsu
Regia: Yūji Mitsuhashi
Japan, fiction, 16’51”
Uno scrittore di mezza età in crisi ha un rapporto tormentato con la giovane moglie. Preso da un raptus, la strangola mentre hanno un rapporto sessuale, ma il giorno seguente la donna è ancora viva. Yūji Mitsuhashi pervade la storia di una sensualità crepitante e morbosa. Girato in bianco e nero e in 4:3, senza dialoghi, come un film muto, ma in altissima definizione 4K e con la predominanza di suoni di scena persistenti e ricercati, Kyonetsu fa collidere nostalgia e innovazione tecnologica in una parodia surreale e sfuggente delle fantasie di controllo maschili.

A Grand Day Out
Regia: Hyoung-hye An
South Korea, animation, 10’08”
In una stanza illuminata dallo schermo di un televisore, una donna si prepara a uscire di casa. Il suo corpo è trasfigurato dall’ambiente e dai suoni circostanti, in un processo di costruzione dell’identità esasperato dal confronto con specchi e trucchi. Hyoung-hye An sfrutta le possibilità dell’animazione con un progetto in bianco e nero in cui i tratti irregolari e sinuosi si scompongono e rincorrono a formare figure oniriche e ossessive. Una riflessione sullo sguardo e sul corpo come oggetto dello sguardo, due poli che si rispecchiano e amplificano a vicenda.

I & Myself
Regia: Hisanori Tsukuda
Japan, fiction, 5’00”
La giovane Mizuho è sperduta nei suoi pensieri nella caotica Tokyo. È arrivata nella capitale per rincorrere i suoi sogni, ma la realtà è più complicata e deprimente del previsto. In stazione, sulla via di casa, una serie di incontri inaspettati ricolorano la sua esistenza. Hisanori Tsukuda gioca con la moltiplicazione dei doppi e delle personalità per raccontare delle possibilità perdute e di quelle ancora da costruire. L’attrice Mizuho Osu dimostra carattere nel mettere in scena diverse versioni di se stessa (8 in tutto!).

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