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Isabelle Mayor

Isabelle Mayor

Membro della giuria 2015

Una giovane ragazza dalla chioma bruna si avvicina all’orecchio del suo amico Benji e gli sussurra: «ho proprio voglia di farlo con te». Una frase che potrebbe sembrare alquanto ambigua per chi ancora non avesse visto il cortometraggio Amira di Isabelle Mayor. Ma ciò che i due protagonisti devono fare non è esattamente quello che si potrebbe pensare, almeno non questa volta. Amira è un film che si diverte a giocare sui doppi sensi, attraverso la sceneggiatura e attraverso le immagini, raccontando un piccolo spaccato del mondo adolescenziale, attraverso uno sguardo tenero ed esuberante allo stesso tempo. La regista, di origine svizzera ma residente a Parigi, sarà al festival in veste di giurata e presenterà questo suo recente cortometraggio, che segue una serie di altri lavori sempre rivolti all’universo giovanile, quali: La ménagerie de Betty, 100% Yssam e Raise your head. I suoi protagonisti sono energici, impulsivi, inseriti in un contesto a volte un po’ crudo, ma presentato in modo particolarmente dolce e limpido.

Nei suoi film vuole mostrare la diversità dei rapporti di forza che possono crearsi tra le persone, a loro volta spesso stigmatizzate, e cercare di sovvertire in un certo senso l’immagine spesso violenta della sessualità o del rapporto sentimentale, «perché a forza di percepirle in questo modo ci convinciamo che siano sempre così. Forse è un’immagine ideale, ma che rappresenta la mia visione della sensualità. Una dolcezza che non corrisponde necessariamente al pudore, ma che contrasta la violenza diffusa che riguarda tutti gli ambiti delle relazioni umane; perciò, piuttosto di doverla ancora una volta trovare al cinema, preferisco offrire un’immagine diversa che lasci spazio ad un’altra sensibilità».
Le sue esperienze passate e i suoi progetti futuri dimostrano interessi convergenti, presentati in modo diverso, ma con uno stile riconoscibile, delicato, dinamico e «aperto al pubblico» che indaga problemi molto attuali di ecologia, etica e società. «Credo che siamo ancora molto legati a dei valori e a degli ideali classici propri del dopoguerra, come i sogni di realizzazione personale. Abbiamo delle abitudini che siamo restii a far vacillare, come il desiderio di viaggiare, la nostra alimentazione, le nostre fonti di energia di cui dimentichiamo le grosse conseguenze sull’ecosistema. Penso che ci siano delle questioni molto importanti che toccano la vita direttamente, nei suoi aspetti più profondi, capaci di stravolgere l’ordine delle cose, di sfidare le leggi della natura. Quello che vorrei fare è evocare alcune circostanze, cercando di immaginarne le possibili conseguenze, traendo ispirazione anche da vissuti quotidiani di persone che lottano e ottengono delle piccole vittorie, cercando di mettere in moto gli altri, portando anche una speranza».

Oltre ai film a soggetto ha girato anche due documentari, Organik HK e Stag in Hong Kong. «Ciò che mi piace del documentario è la leggerezza della ripresa. Mi piace che il fatto di porre la macchina da presa nello spazio vitale di chi viene ritratto faccia cambiare il suo modo di agire. Perché, al contrario di quello che si può pensare, le persone si rivelano all’obiettivo, manifestano un lato della loro personalità o dei comportamenti che non mostrerebbero in una situazione normale».
Isabelle Mayor è anche programmatrice ed editor oltre che regista: « Non avevo mai pensato di fare cinema. Sono sempre stata attirata dall’immagine: ho fatto pittura, disegno, fotografia, ma quando ero adolescente non amavo i film americani, li trovavo troppo violenti. Al contrario vedevo invece molti film stranieri, spesso asiatici, perché avevo molta voglia di viaggiare e questo mi dava la possibilità di aprirmi verso nuove realtà, storie diverse. L’interesse per il cinema è nato poco a poco, alla fine dei miei studi in giornalismo; durante uno stage presso un’emittente televisiva regionale mi hanno messo una telecamera tra le mani; mi sono accorta però che il modo in cui io avevo voglia di filmare non aveva niente a che fare con l’estetica televisiva, che prevedeva un ritmo così rapido. I tempi erano stretti e io non mi sentivo pronta a fare quel tipo di sacrificio, preferivo lavorare con calma. Non la vedevo come una mia passione peculiare, ma poi il desiderio di raccontare mi ha portato verso quest’universo. Credo nel potere del cinema, perché ci sono film che mi hanno trasformata dentro. È un modo potente per condividere le idee, le emozioni, le esperienze.»

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