Koreeda Hirokazu – Pensieri dal set

A cura di Francesco Vitucci


A dieci anni di distanza dall’uscita nelle sale di uno dei suoi più toccanti capolavori, Like Father, Like Son (2013), Koreeda Hirokazu, maestro del cinema contemporaneo, sarà ospite della tredicesima edizione del Ca’ Foscari Short Film Festival.

Un poeta della settima arte, che esordisce curiosamente nel documentario, genere a cui rimane legato nel corso di tutta la sua carriera e che, in qualche modo, ha contribuito a definire lo sguardo sincero e privo di inutili retoriche che caratterizza l’ambito per cui è maggiormente conosciuto, quello dei film a soggetto, nel quale esordirà nel 1995 con Maboroshi. In questo film, legato al delicato tema del suicidio, il susseguirsi delle vicende si staglia su una scenografia impressionista, che riflette lo stato d’animo dei suoi protagonisti e da cui emergono alcuni tratti della sua futura produzione, come la predilezione per i lenti e pacati movimenti di macchina e la fissità dei campi e dei piani in ogni loro variazione di scala. Il successo e i premi ricevuti in numerosi festival, dall’Osella d’Oro a Venezia ai riconoscimenti di Chicago e Vancouver, hanno alimentato notevoli aspettative nei confronti del regista, che verranno appagate tre anni dopo con Wonderful Life (1998). Immaginando un limbo fantastico, dove una serie di personaggi guida le persone appena decedute nel mondo ultraterreno, Koreeda racconta del passaggio dalla vita vita alla morte. Nel 2001 approda al Festival di Cannes con Distance, film che riflette sulle ferite lasciate nei parenti dai membri di una setta di terroristi chiamati Arco della Verità, eco delle vicende realmente accadute col tragico attentato nella metropolitana di Tokyo a opera della Aum Shinrikyo. Un’opera di passaggio necessaria allo stesso regista che con essa comprende l’importanza di un’atmosfera giusta e quindi serena sul set, in particolare, impara come relazionarsi emotivamente ai bambini con la macchina da presa. Saranno proprio quest’ultimi, infatti, i protagonisti del successivo Nessuno lo sa (2004), basato su un tragico fatto di cronaca avvenuto a Sugamo nel 1988. Una madre abbandona i propri figli in un appartamento e ne affida la responsabilità al maggiore. L’innocenza dei bambini viene fagocitata e annientata dalla meschinità e dall’indifferenza degli adulti, il tutto ritratto sullo sfondo di una Tokyo asettica, che altro non è se non un gigante dalle fredde e asfittiche membra di cemento. Nel 2006 è il momento di Hana, il suo unico film in costume (jidaigeki). La memoria torna invece centrale nel successivo Still Walking (2008): una coppia di anziani riunisce la famiglia in un giorno d’estate per commemorare la scomparsa di uno dei figli, avvenuta anni prima. L’esperienza collettiva mette in luce i piccoli conflitti, nati dalle inevitabili differenze, che ciascuno dei protagonisti rivela rispetto al proprio passato. Il ritmo di produzione di Koreeda è impressionante: nel 2009 partorisce Air Doll, nel 2011 Kiseki, ma è il 2013 l’anno della grande svolta, perché vedrà la luce il già citato Like Father, Like Son. Vincitore del Premio della Giuria e del Premio Ecumenico della Giuria al Festival di Cannes, dove concorre anche per la Palma d’Oro è un tale successo di pubblico, che la DreamWorks, sotto consiglio di Steven Spielberg, colpito dall’estrema efficacia della sceneggiatura, ne acquisisce i diritti per farne un remake. Uno scambio fortuito di neonati porta a distanza di anni un uomo, dedito più al lavoro che alla famiglia, a scegliere tra il figlio che ha cresciuto e quello biologico, allevato da una famiglia più umile, ma più affettuosa e dedita alla cura dei propri bambini. La profonda sensibilità che Koreeda dimostra di possedere è così viscerale e, al contempo, così acuta da commuovere. Tutti temi a lui cari, come il valore della memoria, l’innocenza dei bambini, la qualità e la consapevolezza dei rapporti, si fondono in un equilibrio perfetto. Il regista raggiunge una tale padronanza e consapevolezza, sia sostanziali che tecnico-formali, che si ritrovano anche nei suoi due film seguenti, entrambi presentati a Cannes: Our little sister (2015), che narra le vicende di tre sorelle, che decidono di accogliere e accudire nella casa della madre la sorella nata da un’altra relazione del padre, ormai morto, e Ritratto di famiglia con tempesta (2016), che racconta di uno scrittore fallito, dedito al gioco d’azzardo, che tenta di risolvere i rapporti con il figlio, l’ex moglie e la propria madre. Dopo una breve deviazione di genere con il crime-thriller Il terzo omicidio (2017), nel 2018 torna sul terreno in cui è ormai ritenuto un maestro: il dramma di ambientazione famigliare. Lo fa con un capolavoro assoluto, a detta di molti, l’apice della sua produzione artistica: Un affare di famiglia. Palma d’Oro a Cannes e nomination alla cerimonia degli Oscar del 2019 per il miglior film straniero. Una piccola comunità, apparentemente unita da legami di parentela, convive all’interno di un’abitazione e si regge sulle spalle di una “nonna” e di una coppia, formata da Nobuya, lavoratrice in una lavanderia e Osamu, operaio edile, il quale, una sera, incontrata una bambina per strada che gli appare abbandonata e malcurata, decide di accoglierla in casa. Il ribaltamento estremo del concetto tradizionale di famiglia, che Koreeda ritrae con micro-movimenti di macchina e una splendida fotografia, è estremamente efficace. Se, da un lato, continua a riconoscerla come nucleo sicuro in cui rifugiarsi, un locus amoenus capace di edulcorare la spietata complessità di una società, che altro non è se non una giungla caotica e spietata, dall’altro lato rifiuta la consanguineità come matrice della forza dei legami al suo interno. Il valore che ad essi è attribuito dagli stessi soggetti che li definiscono è strettamente connesso a ciò che si è disposti a fare, a sacrificare e credere, in un’ottica che rifiuta il predeterminismo dei ruoli e abbraccia l’etica dei sentimenti più sinceri. La famiglia come istituzione continua ad essere messa in discussione anche nell’emblematico La verità (2019), produzione nippo-francese con protagoniste Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Negli ultimi anni ha presentato Broker (2022) a Cannes, produzione sudcoreana e cast completamente autoctono, mentre nel 2023 esordisce su Netflix producendo la sua prima serie intitolata The Makanai: Cooking For the Maiko House. Con una ricca carriera più che trentennale alle spalle, Koreeda Hirokazu è riuscito a incidere con delicatezza ed eleganza il proprio nome tra i grandi del cinema contemporaneo, non solo giapponese, ma mondiale. Gran parte della sua opera ruota attorno alla volontà di catturare la complessità dei rapporti umani e le diverse sfaccettature dell’anima, che i suoi protagonisti rivelano all’interno di dinamiche e ambienti familiari particolari, ma al contempo credibili nella loro comune quotidianità, in cui diventa semplice per lo spettatore riconoscersi. Questi tratti, uniti ad uno stile riflessivo, che a rapidi movimenti di macchina ha sempre preferito una compostezza e una ieratica fissità, hanno più volte fatto gola ai critici, che, spinti dall’irresistibilità del paragone, hanno voluto accostare il suo nome a giganti del passato nipponico, come Naruse Mikio, ma anche a colonne portanti del cinema europeo come Bergman, Bresson e Ken Loach. Autori a cui ha sicuramente guardato con ammirazione, come più volte affermato dallo stesso, ma i cui insegnamenti è stato capace di passarli al setaccio della propria genialità. Koreeda è riuscito a tradurli in un linguaggio proprio con cui ha mescolato realismo e poesia, raggiungendo un equilibrio fra tre presupposti fondamentali: “osservare” (kansatsu suru), “forza d’immaginazione” (sōzōryoku) e “ricerca della memoria” (kiroku o sagasu). Non resta altro che dire: onore al cinema, onore al cinema giapponese, onore a Koreeda Hirokazu.

 

PENSIERI DAL SET
A cura di Francesco Vitucci
Cue Press, 2022
Autobiografia artistica e, al contempo, approfondito testo teorico, il volume ripercorre la carriera del cineasta giapponese Koreeda Hirokazu. Rievocando ricordi ed episodi inediti avvenuti durante la lavorazione dei suoi film – pagine rivelatrici non solo della sua prospettiva artistica, ma anche della visione della società nipponica, spesso tema centrale delle sue pellicole – Koreeda ricostruisce il proprio viaggio nel mondo del cinema, un percorso partito dai primi documentari e approdato a importanti successi internazionali (Father and Son, premio della giuria al Festival di Cannes del 2013).

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